PARTE GENERALE GRUPPO DOLCE & GABBANA

1.      DECRETO LEGISLATIVO 8 GIUGNO, 2001, N. 231    
1.1    Introduzione    
1.2    Sanzioni amministrative    
1.3    Le fattispecie normative    
1.4    Vicende modificative dell’Ente    
1.5    Il modello di organizzazione e gestione in funzione di esimente    
2.      ADOZIONE DEL MODELLO DA PARTE DEL GRUPPO    
2.1    Finalità del Modello    
2.2    Struttura del Modello
2.3    Realizzazione del Modello
2.4    Destinatari del Modello    
2.5    Il Modello nell’ambito del Gruppo
2.6    I rapporti infragruppo
3.      ORGANISMO DI VIGILANZA
4.      AGGIORNAMENTO DEL MODELLO
5.      SISTEMA SANZIONATORIO
6.      COMUNICAZIONE E DIFFUSIONE DEL MODELLO
7.      FORMAZIONE/INFORMAZIONE DEL PERSONALE
7.1    Formazione del personale della Società
7.2    Informativa a collaboratori e professionisti esterni

DECRETO LEGISLATIVO 8 GIUGNO, 2001, N. 231
1.1    Introduzione
In attuazione della delega di cui all’art. 11 della Legge 29 settembre 2000 n. 300, rubricato “Delega al Governo per la disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche e degli enti privi di personalità giuridica”, in data 8 giugno 2001 è stato emanato il Decreto Legislativo n. 231 (di seguito il “Decreto”), entrato in vigore il 4 luglio 2001, con il quale il Legislatore ha adeguato la normativa interna alle convenzioni internazionali in materia di responsabilità delle persone giuridiche, alle quali l’Italia aveva già da tempo aderito1.
Il Decreto, recante “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica”, introduce una disciplina del tutto innovativa nel panorama sanzionatorio italiano. Infatti, prima dell’entrata in vigore della L. 300/2000, il soggetto attivo di un reato poteva essere solamente una persona fisica, essendo costituzionalmente sancita la necessaria personalità della responsabilità penale (art. 27 Cost.).
L’ente giuridico (con ciò intendendosi società, associazioni, consorzi, anche privi di personalità giuridica, purché di natura privata o privatistica, di seguito “Ente”), è certamente privo di comportamenti volitivi colpevoli: da qui la necessità di individuare soggetti/persone fisiche capaci di atteggiamenti volitivi, all’interno dell’Ente, ai quali attribuire la responsabilità per i fatti imputabili alla persona giuridica.
A tal fine, il Legislatore ha individuato due tipologie di soggetti/persone fisiche, sul presupposto che si tratti di soggetti legati da un rapporto funzionale con l’Ente:

(i) persone fisiche che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o direzione dell’Ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, nonché persone fisiche che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso (cd. “soggetti apicali”);

ovvero

(ii) persone fisiche sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti sopra indicati.

La responsabilità dell’Ente sorge, dunque, per connessione con la commissione da parte dei predetti soggetti, funzionalmente legati all’Ente, di uno dei reati tassativamente previsti dal Decreto (cd. “reati presupposto”).
La responsabilità amministrativa può sussistere qualora il reato presupposto sia commesso nell’interesse o vantaggio dell’Ente, mentre non è configurabile nel caso in cui l’autore dello stesso abbia agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi.
Qualora l’autore del reato sia una persona fisica, che riveste funzioni di rappresentanza, amministrazione, direzione o controllo nel senso sopra descritto [sub (i)], a carico dell’Ente è stabilita una presunzione di responsabilità in considerazione del fatto che la persona fisica esprime, rappresenta e realizza la politica gestionale dell’Ente.
Qualora, invece, l’autore del reato sia una persona sottoposta alla direzione o vigilanza di uno di soggetti apicali [(sub ii)], tale presunzione non vige.
La responsabilità dell’Ente si aggiunge a quella dell’autore materiale del fatto di reato e gode di un’autonomia totale, rispetto ad essa: infatti, il Decreto riconosce la responsabilità dell’Ente anche quando l’autore del reato non sia stato identificato o non sia identificabile e anche quando il reato si estingua per una causa diversa dall’amnistia.

1 In particolare, si tratta della Convenzione di Bruxelles del 26 luglio 1995 sulla tutela degli interessi finanziari delle Comunità Europee, della Convenzione firmata a Bruxelles il 26 maggio 1997 sulla lotta alla corruzione nella quale siano coinvolti funzionari della Comunità Europea o degli Stati membri, e della Convenzione OCSE del 17 dicembre 1997 sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche ed internazionali.

1.2    Sanzioni amministrative
La natura della responsabilità dell’Ente, introdotta dal Decreto, è sin dall’origine oggetto di discussione. Per quanto formalmente definita “amministrativa”, la responsabilità in questione è molto vicina alla quella penale.
La competenza a conoscere degli illeciti amministrativi dell’ente appartiene, infatti, al giudice penale, che la esercita con le garanzie proprie del procedimento penale.
Il Legislatore ha previsto un sistema sanzionatorio che si caratterizza per l’applicazione all’Ente di una sanzione, di norma, pecuniaria.
Unitamente alla sanzione pecuniaria, possono essere applicate, in presenza di determinate condizioni, anche pesanti sanzioni interdittive, pregiudizievoli per la vita dell’Ente, quali, tra le altre, la sospensione o revoca di licenze e concessioni, il divieto di contrarre con la Pubblica Amministrazione, l’esclusione o revoca di finanziamenti e contributi, il divieto di pubblicizzare beni e servizi, sino alla interdizione dall’esercizio dell’attività aziendale. È sempre disposta la confisca del prezzo o del profitto del reato, ovvero di somme di denaro, beni o altre utilità di valore equivalente.
Il Legislatore ha, inoltre, previsto che tali misure interdittive – qualora sussistano gravi indizi di responsabilità dell’Ente e vi siano specifici elementi che facciano ritenere concreto il pericolo di un’eventuale commissione di reati della stessa indole – possano essere applicate, su richiesta del Pubblico Ministero, anche in via cautelare, durante la fase delle indagini preliminari. La suddetta disciplina si configura anche in relazione ai reati commessi all’estero dagli Enti che abbiano nello Stato Italiano la loro sede principale, purché per la loro repressione non proceda lo Stato del luogo in cui siano stati commessi.

1.3    Le fattispecie normative
Il Decreto, nella sua stesura originaria, elencava, tra i reati dalla cui commissione è fatta derivare la responsabilità amministrativa degli Enti, esclusivamente quelli realizzati nei rapporti con la Pubblica Amministrazione e, precisamente:

  • - malversazione a danno dello Stato o di altro ente pubblico (art. 316-bis c.p.);
  • - indebita percezione di contributi, finanziamenti o altre erogazioni da parte dello Stato o di altro ente pubblico (art. 316-ter c.p.);
  • - truffa in danno dello Stato o di altro ente pubblico (art. 640, 2° comma, n. 1 c.p.);
  • - truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640-bis c.p.);
  • - frode informatica in danno dello Stato o di altro ente pubblico (art. 640-ter, 2°comma c.p.);
  • - corruzione per un atto d’ufficio (art. 318 c.p.);
  • - corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio (art. 319 c.p.);
  • - corruzione in atti giudiziari (art. 319-ter c.p.);
  • - istigazione alla corruzione (art. 322 c.p.);
  • - concussione (art. 317 c.p.).

Successivamente, l’art. 6 della Legge 23 novembre 2001, n. 409, “Disposizioni urgenti in vista dell’introduzione dell’euro”, ha inserito nel novero dei reati previsti dal Decreto, attraverso art. 25-bis, i seguenti ulteriori reati:

  • - falsificazione di monete, spendita e introduzione nello Stato, previo concerto, di monete falsificate (art. 453 c.p.);
  • - alterazione di monete (art. 454 c.p.);
  • - spendita e introduzione nello Stato, senza concerto, di monete falsificate (art. 455 c.p.);
  • - spendita di monete falsificate ricevute in buona fede (art. 457 c.p.);
  • - falsificazione di valori di bollo, introduzione nello Stato, acquisto, detenzione o messa in circolazione di valori di bollo falsificati (art. 459 c.p.);
  • - contraffazione di carta filigranata in uso per la fabbricazione di carte di pubblico credito o di valori di bollo (art. 460 c.p.);
  •  - fabbricazione o detenzione di filigrane o di strumenti destinati alla falsificazione di monete, di valori di bollo o di carta filigranata (art. 461 c.p.);
  • - uso di valori di bollo contraffatti o alterati (art. 464 c.p.).
  • Nell’ambito della riforma del diritto societario, l’art. 3 del Decreto Legislativo 11 aprile 2002, n. 61, entrato in vigore il 16 aprile 2002, ha introdotto nel Decreto il successivo art. 25-ter, che ha esteso la responsabilità amministrativa degli Enti anche per la commissione dei seguenti reati societari, modificati dallo stesso Decreto n. 61/2002:
  • - false comunicazioni sociali (art. 2621 cod. civ.);
  • - false comunicazioni sociali in danno dei soci o dei creditori (art. 2622 cod. civ.);
  • - falso in prospetto (art. 173-bis TUF);
  • - falsità nelle relazioni o nelle comunicazioni della società di revisione (art. 2624 cod. civ.);
  • -  impedito controllo (art. 2625, 2° comma cod. civ.);
  • - indebita restituzione dei conferimenti (art. 2626 cod. civ.);
  • - illegale ripartizione degli utili e delle riserve (art. 2627 cod. civ.);
  • -illecite operazioni sulle azioni o quote sociali o della società controllante (art. 2628 cod. civ.);
  • - operazioni in pregiudizio dei creditori (art. 2629 cod. civ.);
  • - formazione fittizia del capitale (art. 2632 cod. civ.);
  •  - indebita ripartizione dei beni sociali da parte dei liquidatori (art. 2633 cod. civ.);
  • - illecita influenza sull’assemblea (art. 2636 cod. civ.);
  • - aggiotaggio1 (art. 2637 cod. civ.);
  • - ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza (art. 2638 cod. civ.).

L’art. 3 della Legge 14 gennaio 2003, n. 7 e l’art. 5 della Legge 11 agosto 2003, n. 228 hanno introdotto nel Decreto, rispettivamente, l’art. 25-quater “Delitti con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico” e l’art. 25-quinquies “Delitti contro la personalità individuale”.
In seguito, l’art. 9 della Legge 18 aprile 2005, n. 62 ha inserito nel D.Lgs. 231/2001 l’art. 25-sexies “Abusi di mercato”. Il Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria di cui al D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 (“T.U.F.”) ha recepito così, nel novero dei reati:

  • - abuso di informazioni privilegiate (art. 184 T.U.F);
  • - manipolazione del mercato (art. 185 T.U.F).

La stessa Legge ha introdotto nel T.U.F., l’art. 187-quinquies che richiama la responsabilità amministrativa dell’Ente anche in relazione agli illeciti amministrativi di “abuso di informazioni privilegiate” (art. 187-bis) e “manipolazione del mercato” (art. 187-ter).
L’art. 31 della Legge 28 dicembre 2005, n. 262, “Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari”, ha modificato l’art. 25-ter del D.Lgs. 231/2001, aggiungendo all’elenco dei reati societari per i quali si prevede la responsabilità amministrativa dell’Ente il nuovo delitto di “omessa comunicazione del conflitto di interessi” (art. 2629-bis cod. civ.).
Le sanzioni pecuniarie previste dall’articolo 25-ter del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, sono raddoppiate ai sensi dell’art. 39, Legge 262/2005.
Ancora, l’art. 8 della Legge 9 gennaio 2006, n. 7, “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile”, ha inserito nel D.Lgs. 231/2001 l’art. 25-quater 1., aggiungendo all’elenco dei reati per i quali è prevista la responsabilità amministrativa dell’Ente il reato di “mutilazione degli organi genitali femminili” previsto dall’art. 583-bis c.p.
L’art. 9 della recente Legge 3 agosto 2007, n. 123, “Misure in tema di tutela della salute e sicurezza sul lavoro e delega al Governo per il riassetto e la riforma della normativa in materia”, ha allargato lo spettro delle fattispecie di reato sanzionate dal Decreto introducendo l’art. 25-septies, che commina pesanti sanzioni all’Ente nell’ipotesi di “omicidio colposo e lesioni gravi o gravissime, commessi in violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell’igiene e della salute sul lavoro”. L’art. 300 del D.Lgs. n. 81 del 9 aprile 2008 ha poi interamente novellato il contenuto dell’art. 25-septies.
L’art. 63, comma 3, del D.Lgs. 231 del 21 novembre 2007, in attuazione della Direttiva 2005/60/CE (concernente la prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo), nonché della direttiva 2006/70/CE, che ne reca misure di esecuzione, ha introdotto l’art. 25-octies, che ha ulteriormente allargato le fattispecie criminose sanzionate dal Decreto ai reati di “ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita”.
Da ultimo, l’art. 7 della Legge 18 marzo 2008, n. 48, “Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica, fatta a Budapest il 23 novembre 2001, e norme di adeguamento dell’ordinamento interno” ha introdotto il nuovo art. 24-bis, rubricato “Delitti informatici e trattamento illecito di dati”, che ha ampliato il panorama degli illeciti alle seguenti figure di reato:

  • - documenti informatici (art. 491-bis c.p.);
  • - frode informatica del soggetto che presta servizi di certificazione di firma elettronica (art. 640-quinquies c.p.);
  • - accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615-ter c.p.);
  • - detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici (art. 615-quater c.p.);
  • - diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico (art. 615-quinquies c.p.);
  • - intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche (art. 617-quater c.p.);
  • - installazione di apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere comunicazioni informatiche o telematiche (art. 617-quinquies c.p.);
  • - danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici (art. 635-bis c.p.);
  • - danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro ente pubblico o comunque di pubblica utilità (art. 635-ter c.p.);
  • - danneggiamento di sistemi informatici o telematici (art. 635-quater c.p.);
  • - danneggiamento di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità (art. 635-quinquies c.p.);

In tale panorama non può omettersi il riferimento alla Legge 16 marzo 2006, n. 146 che, introducendo nell’ordinamento giuridico italiano il concetto di “reato transnazionale” (sub art. 3), ha sancito la perseguibilità degli Enti – in termini di responsabilità amministrativa ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001 – qualora coinvolti o stabilmente utilizzati per la commissione di delitti particolari (ad es.: associazione per delinquere o associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata al contrabbando di TLE, ovvero finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, ecc.).

1La Legge 62/2005 ha anche parzialmente modificato il testo dell’art. 2637 cod. civ.

1.4    Vicende modificative dell’Ente
Il Decreto, inoltre, detta disposizioni finalizzate a regolare l’incidenza di eventuali vicende modificative dell’Ente sulla responsabilità amministrativa dello stesso (articoli da 28 a 33 del Decreto).
A differenza della persona fisica, la possibilità per l’Ente di mutare più volte la propria veste esteriore, ha fatto sì che nell’ambito del Decreto fosse prevista una disciplina particolare per i casi in cui l’Ente si trasformi o partecipi ad un’operazione di fusione o scissione, al fine di evitare che, attraverso l’applicazione dei principi penalistici in materia di estinzione del reato e della pena, potessero essere eluse le norme sulla responsabilità amministrativa.
Nel caso di trasformazione, il Decreto prevede la responsabilità del nuovo Ente per i reati commessi anteriormente alla trasformazione.
Con riferimento all’ipotesi di fusione, esso prevede che l’Ente (ivi compreso l’Ente incorporante in caso di fusione per incorporazione) risponda dei reati dai quali discendeva la responsabilità delle persone giuridiche partecipanti all’operazione.
Più articolata è, invece, la disciplina prevista in caso di scissione, operazione che, come noto, può assumere diverse forme.
Nel caso di scissione parziale, il Legislatore stabilisce che la società scissa rimanga responsabile per i reati commessi anteriormente alla data in cui l’operazione ha avuto effetto: si tratta di una previsione consequenziale al fatto che la scissione parziale non comporta l’estinzione della società scissa che, seppur con patrimonio ridotto, continua ad esistere. Gli enti beneficiari della scissione sono solidalmente obbligati al pagamento delle sanzioni pecuniarie dovute dall’Ente scisso per i reati commessi anteriormente alla data di efficacia della scissione.
Nel caso di scissione totale, risponderà dei reati commessi anteriormente a tale operazione la società beneficiaria della scissione, essendo quest’ultima obbligata in solido per legge al pagamento delle sanzioni pecuniarie dovute dall’Ente scisso, circostanza che è peraltro consequenziale al fatto che, una volta intervenuta la scissione totale, la società originaria normalmente si estingue o rimane priva di patrimonio.
Infine, il Decreto detta una disciplina anche per le ipotesi di cessione e di conferimento d’azienda.
Nel caso di cessione dell’azienda, la cui attività ha portato alla commissione del reato, il cessionario è solidalmente obbligato al pagamento della sanzione pecuniaria correlata al reato stesso, salvo il beneficio della preventiva escussione del cedente e nei limiti del valore dell’azienda ceduta.
L’obbligazione del cessionario è tuttavia limitata alle sanzioni, che risultano dai libri contabili obbligatori ovvero dovute per illeciti amministrativi dell’Ente cedente e dei quali lo stesso cessionario era comunque a conoscenza.

1.5    Il modello di organizzazione e gestione in funzione di esimente
Istituita la responsabilità amministrativa, l’art. 6 del Decreto stabilisce che l’Ente non ne risponde nel caso in cui dimostri di aver adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, “modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi”.
La medesima norma prevede, inoltre, l’istituzione di un organismo di controllo interno all’Ente, con il compito di “vigilare sul funzionamento, sull’efficacia e sull’osservanza dei predetti modelli, nonché di curarne l’aggiornamento”. I modelli di organizzazione e di gestione, devono rispondere alle seguenti esigenze:
- individuare le attività (cd. “sensibili”) nel cui ambito possano essere commessi i reati previsti dal Decreto;
- prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’Ente in relazione ai reati da prevenire;
- individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione di tali reati;
- prevedere obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli di organizzazione e gestione;
- introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nei modelli di cui sopra.
I modelli, così realizzati, rappresentano l’insieme delle regole di carattere generale ed operativo, il cui rispetto – nello svolgimento di attività nell’ambito dei processi a rischio – consente di prevenire comportamenti illeciti, scorretti, irregolari.
Tali regole hanno anche lo scopo di far conoscere ai Destinatari (come di seguito definiti, sub § 2.4) i comportamenti che l’Ente impone di tenere, conformemente allo scopo perseguito, e di individuare i soggetti responsabili nonché quelli coinvolti nelle attività sensibili.
La valenza scriminante dei modelli è disciplinata diversamente in funzione del soggetto autore del fatto reato.
L’adozione ed efficace attuazione dei modelli di organizzazione e gestione è, infatti, sufficiente ad esonerare l’Ente da responsabilità per il reato commesso dai soggetti sottoposti ad altrui direzione: in tal caso, l’Ente è responsabile solo se la commissione del reato è stata resa possibile dall’inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza e tale inosservanza è esclusa qualora l’Ente, prima della commissione del reato, abbia adottato ed efficacemente attuato idonei modelli organizzativi, secondo una valutazione (quella di idoneità) che non potrà che avvenire a priori, nel momento in cui l’Ente si accinge a redigere i modelli stessi.
Ove il reato sia commesso dai soggetti apicali, non è invece sufficiente che l’Ente abbia adottato ed efficacemente attuato i suddetti modelli, perché, come già detto, vige su di esso una presunzione di responsabilità in forza della quale spetta all’Ente dimostrare che:
 

(i)    l’organo dirigente abbia adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;
(ii)    il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza di detti modelli e di curare il loro aggiornamento sia stato affidato a un organismo dell’Ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo (di seguito l’”Organismo di Vigilanza”);
(iii)    le persone abbiano commesso il reato eludendo fraudolentemente il Modello;
(iv)    non vi sia stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’Organismo di Vigilanza.

Sotto questo profilo, il compito dell’Organismo di Vigilanza è particolarmente delicato: esso dovrà vigilare sull’effettiva operatività dei modelli organizzativi adottati, verificarne l’adeguatezza alla normativa vigente, monitorare costantemente l’attività sociale ed individuare nuove esigenze che ne impongano un aggiornamento.
L’adozione di un Modello preventivo da parte dell’Ente è una facoltà che il Legislatore ha rimesso alla scelta discrezionale dell’Ente stesso. La facoltà in discorso, però, non rappresenta solo l’unico strumento di cui l’Ente possa dotarsi per dimostrare la propria non colpevolezza ed evitare le sanzioni previste dal Decreto, ma rappresenta anche l’occasione per l’Ente per procedere ad una profonda riorganizzazione del proprio sistema di controllo interno.

2.    ADOZIONE DEL MODELLO DA PARTE DEL GRUPPO
In osservanza delle disposizioni del Decreto, la società Dolce & Gabbana Holding SRL (di seguito la “Società”), con delibera del Consiglio di Amministrazione del 30.03.2010 ha adottato il proprio modello di organizzazione e gestione (di seguito il “Modello”).

2.1    Finalità del Modello
Il Modello, come già anticipato, è il complesso di regole, generali e operative, principi di comportamento e protocolli, procedure aziendali e circolari nonché, complessivamente, di ogni altra misura che, ad integrazione del sistema di attribuzione di funzioni e deleghe di poteri, nonché degli altri strumenti organizzativi e di controllo interni, risponda alle finalità e alle prescrizioni richieste dal Decreto, sia in fase di prevenzione dei reati presupposto sia in fase di controllo dell’attuazione del Modello e dell’eventuale irrogazione di sanzioni.
Tra le finalità del Modello vi è anche quella di sviluppare la consapevolezza nei Destinatari, che operano nei processi a rischio, di poter incorrere in illeciti che comportano sanzioni sia nei confronti degli stessi sia a carico della Società e di sensibilizzare costoro verso il complesso dei doveri e dei comportamenti, a cui gli stessi Destinatari sono tenuti nell’esercizio delle loro funzioni e/o incarichi.
Sotto questo profilo, il Modello, unitamente al Codice Etico, adottato dalla Società e diffuso all’interno di tutte le realtà aziendali del Gruppo Dolce&Gabbana (di seguito anche il “Gruppo” o “Dolce&Gabbana”), forma un corpus organico di norme interne e di principi, diretto alla diffusione di una cultura dell’etica, della correttezza e della legalità.
Il Modello, in particolare, detta prescrizioni specifiche, finalizzate a prevenire particolari tipologie di reato; mentre il Codice Etico, approvato dalla Società con delibera del Consiglio di Amministrazione, rappresenta la carta di valori e di principi, che deve ispirare la condotta della Società e del Gruppo nel perseguimento degli obiettivi sociali.

2.2    Struttura del Modello
Il presente Modello è composto da una Parte Generale, che contiene i principi e le regole generali del Modello, e da una Parte Speciale, che costituisce il cuore del Modello ed è suddivisa in tante sezioni quante sono le categorie di reato considerate rilevanti per la dimensione operativa della Società.
La Parte Generale descrive, in particolare, il quadro normativo di riferimento del Modello, le finalità, la sua struttura ed il processo di realizzazione e di adozione dello stesso, nonché i Destinatari e le componenti essenziali di cui è composto il Modello.
La Parte Speciale si occupa, invece, di individuare le fattispecie di reato che devono essere prevenute e le attività sensibili.
La Società, a tal proposito, ha individuato 7 (sette) categorie di reato (di seguito i “Reati”), che, alla luce delle attività propriamente svolte da tutto il Gruppo Dolce&Gabbana potrebbero interessare l’ambito operativo. Esse sono costituite dai Reati:

  • -    contro la Pubblica Amministrazione;
  • -    Informatici;
  • -    Societari;
  • -    contro la Personalità Individuale;
  • -    di Market Abuse;
  • -    in materia di salute e sicurezza dei lavoratori;
  • -    ricettazione, riciclaggio, impiego di beni, denaro ed altre utilità di provenienza illecita.

Per ciascuna categoria di reato, la Parte Speciale contiene una sintetica descrizione delle fattispecie ideali e concrete, individua le attività sensibili, definisce i principi generali che devono guidare la Società nella individuazione delle regole di organizzazione e gestione delle attività e nella definizione dei protocolli di prevenzione.

2.3    Realizzazione del Modello
Per la redazione del presente Modello la Società ha tenuto conto, oltre che delle disposizioni del Decreto e della relazione ministeriale accompagnatoria, anche dei principi generali di un adeguato sistema di controllo interno, desumibili dalla miglior pratica internazionale e, infine, del documento “Linee Guida per la elaborazione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo ai sensi del D.Lgs. 231 del 2001”, elaborate da Confindustria il 7 marzo 2002 ed aggiornate al 31 marzo 2008.
La Società ha altresì tenuto conto degli strumenti già esistenti, diretti a regolare il governo societario, quali lo Statuto, il documento “Annual Review Dolce&Gabbana”, relativo agli anni 2006/2007 e 2007/2008, il sistema di distribuzione dei poteri, la struttura organizzativa, nonché gli ordini di servizio/circolari operative, redatti da ciascuna funzione aziendale.
La Società ha dato avvio all’implementazione di un progetto per la realizzazione del quale si è avvalsa della collaborazione di un primario Studio Legale italiano. La metodologia utilizzata si è incentrata sulla valorizzazione dell’auto-diagnosi (self assessment1) , realizzata mediante la somministrazione di questionari alle singole funzioni aziendali e ai soggetti apicali della Società, predisposti e organizzati in funzione della tipologia di reato considerato, e mediante l’approfondimento, laddove necessario, attraverso interviste con i diretti interessati.
L’approccio metodologico, in prima analisi, si è focalizzato sulla valutazione dell’adeguatezza del sistema di controllo interno della Società: in tal senso sono stati considerati 8 (otto) componenti2, che strutturano il modello organizzativo, nella sua realizzazione conforme al Decreto:
1)    Governo societario;
2)    Codice Etico e procedure operative aziendali adottate;
3)    Sistema di comunicazione interno;
4)    Formazione del personale;
5)    Risorse umane e procedure per la gestione delle risorse umane;
6)    Controllo e adeguatezza dei processi, relativi alle attività aziendali;
7)    Informazione societaria;
8)    Violazione e adeguatezza del sistema investigativo e sanzionatorio.
Ciascuno dei predetti elementi organizzativi è stato, a sua volta, ulteriormente sottoposto a disamina alla luce del livello di applicazione dei 6 (sei) requisiti, indicati dalle Linee Guida, elaborate da Confindustria, per strutturare il miglior sistema di controllo interno:
1)    Regolamentazione dei processi/attività sensibili;
2)    Applicazione delle eventuali procedure esistenti;
3)    Conoscenza delle stesse da parte dei destinatari;
4)    Comunicazione e Diffusione delle procedure all’interno dell’organizzazione aziendale;
5)    Efficacia delle stesse;
6)    Aggiornamento, per intervenuti fattori endogeni ovvero esogeni.
Pertanto, la metodologia adottata ha permesso di definire, relativamente ad ogni attività ritenuta potenzialmente soggetta a rischio di reato (cd. “attività sensibile”), il rischio potenziale, il livello di controllo esistente ed il rischio residuo associabile ad ogni attività individuata.
Questa preliminare analisi ha consentito l’avvio della fase operativa in senso stretto, rivolta alla implementazione del Modello organizzativo.
Le attività compiute possono essere rappresentate attraverso la scansione temporale in 4 (quattro) fasi:
1)    Pianificazione del progetto: sono state portate a termine le attività di “acquisizione della documentazione”, “pianificazione del progetto in senso stretto”, “programmazione del Risk Assessment”, “interviste/questionari preliminari”, nei riguardi delle funzioni coinvolte nei processi e nelle attività sensibili; tale fase ha prodotto una mappatura preliminare delle aree aziendali sensibili e dei destinatari dei questionari e delle interviste, rispetto alle aree così individuate;
2)    Diagnostica, comprensiva delle attività di “realizzazione dei questionari e delle interviste”, di cui sopra, “elaborazione dei dati e delle informazioni” emerse dall’attività di indagine, “definizione delle macroaree esposte al rischio” di commissione dei Reati, “censimento delle procedure operative” in essere, attività che, complessivamente, hanno condotto alla mappatura finale con relativa valorizzazione delle aree di rischio e alla ultimazione dell’analisi dei controlli esistenti (as is analysis).
3)    Progettazione, in cui si sono declinate le attività di “definizione degli aspetti di criticità” (gap analysis), “elaborazione delle raccomandazioni” unitamente alla definizione delle azioni correttive da intraprendere e di “progettazione delle azioni di valorizzazione del Modello organizzativo”, esplicitatesi nella realizzazione del documento di Gap Analysis definitivo.
4)    Predisposizione: ha visto compiersi le attività di “definizione della struttura e del contenuto degli elementi del Modello”, insieme con la “redazione degli elementi stessi del Modello”, ed ha prodotto la presente versione del Modello organizzativo, l’integrazione del sistema di controllo interno esistente, attraverso la redazione del Codice Etico, la predisposizione dei protocolli di prevenzione, l’insediamento dell’Organismo di Vigilanza e l’adozione del Regolamento e delle procedure operative dello stesso, l’implementazione del sistema sanzionatorio aziendale, in senso conforme al Decreto.
Le attività sopra elencate sono compiutamente descritte nella Parte Speciale del Modello, cui si rinvia.
Tutte le attività compiute sono state precedute dalla costituzione ed insediamento dello “Steering Commitee di progetto” (i cui verbali sono allegati alla Parte Speciale del presente Modello), composto da 8 (otto) membri, di cui uno con funzioni di Presidente, che ha indirizzato, seguito e validato lo svolgimento e gli output di ciascuna fase del progetto stesso.

1Il sistema diagnostico di auto-valutazione si impernia sulla metodologia CRSA (Control Risk Self Assessment).

2 Tali componenti si basano sulle Federal Sentencing Guidelines (FSG) statunitensi e sui relativi compliance programs che, a loro volta, hanno recepito e rielaborato la nozione ed articolazione del sistema di controllo interno presente nel Co.S.O. Report. Quest’ultimo riferimento è considerato, nel Position Paper sul D.Lgs. 231/2001 emesso dall’A.I.I.A. (Associazione Italiana Internal Auditors), come il riferimento internazionale più autorevole sulle tematiche del controllo interno.

2.4    Destinatari del Modello
Sono destinatari del Modello:
- tutti gli amministratori e coloro che rivestono funzioni di rappresentanza, amministrazione o direzione della Società o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, nonché coloro che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo della Società;
- tutti coloro che intrattengono con la Società un rapporto di lavoro subordinato (i Dipendenti), ivi compresi coloro che sono distaccati, in Italia o all’Estero, per lo svolgimento dell’attività;
- tutti coloro che collaborano con la Società, in forza di un rapporto di lavoro parasubordinato (collaboratori a progetto, prestatori di lavoro temporaneo, interinali, ecc.);
- coloro i quali, pur non essendo funzionalmente legati alla Società da un rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato, agiscono sotto la direzione o vigilanza dei vertici aziendali della Società (consulenti, collaboratori a vario titolo, fornitori e partner commerciali);
- i Sindaci della Società.
L’insieme dei destinatari, così individuati e definiti (di seguito i “Destinatari”) è tenuto a rispettare e a far rispettare, con la massima diligenza, le disposizioni contenute nel Modello e nei suoi protocolli di attuazione.
Il Modello è comunicato a tutti i Destinatari con le modalità descritte sub § 6.

2.5    Il Modello nell’ambito del Gruppo
La Società comunica a tutte le società del Gruppo, con le modalità che riterrà più opportune, il presente Modello e ogni suo successivo aggiornamento.
Le società del Gruppo adottano, ciascuna in piena autonomia, con delibera dei propri organi amministrativi e sotto la propria responsabilità, un proprio modello di organizzazione e gestione, curandone l’attuazione e nominando l’organismo di vigilanza.
Ciascuna società individua le attività sensibili, tenuto conto della natura e del tipo di attività svolta, delle dimensioni e della struttura della propria organizzazione, ispirandosi al presente Modello.
La Società promuove l’adozione del Modello o comunque dei principi e delle regole di organizzazione e controllo, conformi a quelle contenute nel presente Modello, anche da parte delle società estere controllate dal Gruppo.
L’Organismo di Vigilanza della Società può chiedere informazioni agli organismi di vigilanza delle società appartenenti al Gruppo Dolce&Gabbana, sia in Italia sia all’estero, qualora siano ritenute necessarie per il corretto svolgimento delle attività di controllo nell’ambito della Società.
Gli organismi di vigilanza delle società del Gruppo inviano una relazione scritta all’Organismo della Società, nei tempi e con le modalità stabilite da apposite procedure operative, indicando le violazioni accertate al proprio modello e le sanzioni applicate, le modifiche di carattere significativo apportate al modello e i fatti rilevanti riscontrati nell’esercizio dell’attività di vigilanza che possano interessare l’attività o l’organizzazione della Società.

2.6    I rapporti infragruppo
Qualora la Società presti in favore di società del Gruppo servizi che possano interessare le attività sensibili individuate nella Parte Speciale, ciascuna prestazione deve essere disciplinata da un contratto scritto, comunicato all’Organismo di Vigilanza della Società.
La disposizione si applica anche ai casi in cui la Società riceva da società appartenenti al Gruppo i servizi di cui sopra.

3.    ORGANISMO DI VIGILANZA
Il D.Lgs. 231/2001 subordina l’efficacia esonerante, connessa all’adozione del Modello organizzativo, alla costituzione all’interno dell’Ente dell’Organismo di Vigilanza, il cui compito istituzionale prevede la costante verifica della validità del Modello adottato, attraverso specifici ed autonomi poteri di iniziativa e di controllo.
Al tal fine, all’Organismo di Vigilanza sono assegnati autonomi poteri di spesa, in adempimento della sua piena ed efficace libertà ed autonomia di azione, nonché poteri di disciplina, connessi all’obbligo di sanzionare le condotte dei vertici dell’Ente, poste in essere in violazione dei protocolli preventivi e della altre misure di attuazione del Modello.
I requisiti cui l’operare dell’Organismo di Vigilanza si ispira sono l’autonomia e l’indipendenza, in relazione alle funzioni da svolgere, la professionalità dei suoi componenti e collaboratori, la continuità di azione, a garanzia di un’efficace e costante attuazione del Modello in azienda.
Invero, le attività che l’Organismo è chiamato ad assolvere sono attività prevalentemente di controllo, che presuppongono la conoscenza di tecniche e strumenti ad hoc, nonché una necessaria continuità di azione dello stesso Organismo all’interno dell’Ente. Esse possono essere così schematizzate:
•    vigilanza sull’effettività del Modello, che si sostanzia nella verifica della coerenza tra i comportamenti concreti ed il Modello istituito;
•    disamina in merito all’adeguatezza del Modello, ossia della sua concreta capacità di prevenire i comportamenti non voluti o illeciti;
•    analisi circa il mantenimento nel tempo dei requisiti di solidità e funzionalità del Modello;
•    cura del necessario aggiornamento in senso dinamico del Modello, nell’ipotesi in cui le analisi operate rendano necessario effettuare correzioni ed adeguamenti.
La definizione dei compiti, dei poteri, nonché dei requisiti e delle cause di recesso, revoca o di decadenza, oltre ai criteri di deliberazione, è compiutamente descritta all’interno del documento “Regolamento dell’Organismo di Vigilanza”, approvato con delibera del Consiglio di Amministrazione e allegato al presente Modello.
L’Organismo di Vigilanza ha creato un sistema di reporting nei suoi confronti sia da parte dei soggetti interni alla Società, sia da parte di soggetti terzi (collaboratori, partner commerciali, consulenti e fornitori di servizi). Tale sistema è descritto all’interno del documento “Linee Guida per la gestione delle segnalazioni da/verso l’Organismo di Vigilanza”, pur esso allegato al presente Modello. Tale documento è stato approvato perché ritenuto uno strumento funzionalmente necessario all’espletamento dei compiti istituzionali dell’Organismo: in particolare per la continua verifica del corretto funzionamento ed aggiornamento del Modello e/o dell’adeguatezza dei principi e dei valori espressi dal Codice Etico, nonché per l’individuazione di potenziali anomalie nell’ambito del sistema di controllo interno.
L’attività di segnalazione all’Organismo è, inoltre, strutturalmente preordinata alla rilevazione di attività aziendali risultate o percepite come prive, in tutto o in parte, di apposita e/o adeguata regolamentazione o funzionamento. In tal modo, infatti, il sistema di reporting consente al segnalante di proporre suggerimenti e/o integrazioni da apportare alla regolamentazione, ovvero alle procedure operative e/o ai protocolli di prevenzione.
L’Organismo di Vigilanza è inoltre il destinatario delle segnalazioni circa eventuali violazioni del Modello organizzativo e del Codice Etico.

4.    AGGIORNAMENTO DEL MODELLO
Le modifiche ed integrazioni del Modello sono di competenza del Consiglio di Amministrazione.
L’Organismo di Vigilanza segnala tempestivamente al Consiglio di Amministrazione, in forma scritta, la necessità di procedere all’aggiornamento del Modello, indicando i fatti e le circostanze che evidenziano tale necessità.
L’Organismo può anche formulare proposte al Consiglio di Amministrazione per l’adozione degli opportuni provvedimenti.
Le modifiche, gli aggiornamenti o le integrazioni al Modello, adottati dal Consiglio di Amministrazione, devono sempre essere comunicati all’Organismo di Vigilanza.
Le modifiche che riguardano i protocolli di attuazione del Modello sono adottate direttamente dalle funzioni aziendali interessate, sentito l’Organismo di Vigilanza, che ha facoltà di esprimere parere e formulare proposte in tal senso.

5.    SISTEMA SANZIONATORIO
Il sistema sanzionatorio adottato dalla Società è ivi richiamato, facendo espresso riferimento al documento “Sistema sanzionatorio” allegato al presente Modello.
Esso è formato in adempimento alle prescrizioni del Decreto ed è diffuso all’interno della Società presso i Dipendenti, i collaboratori e gli altri Destinatari del Modello, con le modalità di cui al successivo § 6 e comunque in osservanza di quanto previsto all’interno del documento citato.

6.            COMUNICAZIONE E DIFFUSIONE DEL MODELLOLa Società promuove la comunicazione del Modello, con modalità idonee a garantirne la diffusione e la conoscenza effettiva da parte di tutti i Destinatari.

Il Modello è comunicato, a cura della Direzione Risorse Umane, con ogni mezzo (bacheca aziendale, invio per posta elettronica, consegna brevi manu, etc.), ivi compreso il sistema intranet aziendale.
Sono stabilite a cura della Direzione Risorse Umane, sentito l’Organismo di Vigilanza, modalità idonee ad attestare l’avvenuta ricezione del Modello da parte dei Destinatari.
In ogni caso, i contratti che regolano i rapporti con i soggetti esterni alla Società devono prevedere apposite clausole, ivi allegate, che indichino chiare responsabilità in merito al mancato rispetto delle politiche di impresa della Società, del Codice Etico, del presente Modello.
La Parte Generale del Modello è resa disponibile a tutti i soggetti interessati e al pubblico, anche mediante la pubblicazione sul sito internet aziendale, a garanzia di una completa trasparenza dell’operare della Società e della sua precisa volontà di conformarsi a quanto ivi dichiarato.
 
La Società prevede l’attuazione di programmi di formazione, con lo scopo di garantire l’effettiva conoscenza del Decreto, del Codice Etico e del Modello da parte del personale della Società (dipendenti, dirigenti, componenti degli organi sociali). L’attività di formazione è caratterizzata da un diverso approccio e grado di approfondimento, in relazione alla qualifica dei soggetti interessati, al grado di coinvolgimento degli stessi nelle attività sensibili indicate nel Modello, alla funzione che essi ricoprono (di rappresentanza, amministrazione e direzione) all’intero della Società.
L’Organismo di Vigilanza cura, d’intesa con la Direzione Risorse Umane, il programma di formazione affinché esso sia efficacemente attuato. Le iniziative di formazione possono svolgersi anche a distanza o mediante l’utilizzo di sistemi informatici.
La formazione del personale, ai fini dell’attuazione del Modello, è gestita dalla Direzione Risorse Umane, in stretta cooperazione con l’Organismo di Vigilanza.
Saranno fornite a soggetti esterni alla Società (fornitori, collaboratori, professionisti, consulenti ecc.), da parte delle funzioni aziendali aventi contatti istituzionali con gli stessi, apposite informative approvate dall’Organismo di Vigilanza, sulle politiche e sui principi adottati dalla Società in merito alla prevenzione dei Reati di cui al Decreto, nonché sulle conseguenze che comportamenti contrari a tali principi o comunque alla normativa vigente possono avere con riguardo ai rapporti contrattuali.
Laddove possibile saranno inserite nei testi contrattuali specifiche clausole dirette a disciplinare tali conseguenze ed una breve, ma esaustiva, informativa volta a rendere trascurabile il rischio di non comprensione dei principi ispiratori del Modello.

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